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Quando la musica delle vie del paese era suonata da zoccoli e pietra, da ruote di carro e balate, ricordo vagamente che arrivò il giorno che la musica crebbe a suon di martelli. Un grande arco di pietra cominciò ad attirare la mia attenzione.
– “Un ponte ficiru? E c ’ ava passari u’ trenu?” disse bene “Chiddu do ghiacciu”, rivolgendosi con nessuna speranza di risposta alla sua asina impegnata a tirar su per la salita il carretto carico di “rittuna” di ghiaccio. La nuova linea ferrata stava per investire di modernità e speranza anche quelle case tanto vicine fra loro e tanto lontane da tutto il resto. Per diverso tempo i lavori non proseguirono e quel singolo arco per tutti era già un ponte, simbolo di modernità e di grandi cambiamenti. Ripresi i lavori, un altro arco venne realizzato.
– “Talìa Talìa! Addivintaru du” disse “U lattaru” con lo “scecco” carico di “frisine” e “cufina”. La voce del popolo tramutò quei due archi in due ponti. I tre archi divennero tre ponti, i quattro archi quattro ponti. Alla fine di quell’anno prima che la neve arrivasse a fermare i lavori, l’opera fu completata con undici archi e si può facilmente immaginare come vengono ancora chiamati. Passati gli undici ponti cominciava la salita per il paese. Un gradino ogni 5 passi. Una grande scalinata molto larga di balate e pietruzze legate da “caliceddi” con i fiori gialli si arrampicava fino al monastero di San Francesco dove i frati cercavano invano di far leggere e scrivere i “picciriddi” che pensavano solo a giocare “A tri ligna”, un gioco la cui fine era quasi sempre segnata dalla rottura di una finestra con inevitabili urla e “cazziatuna” e inesorabile “fuggi fuggi vaneddi vaneddi”. Lungo la salita una grande fontana centrale spezza la lunga scalinata, concedendo un attimo di ristoro.
Arrivato nella strada che scendeva giù dal monastero chiesi informazioni per la piazza.
– “Chissà è a ‘ chiazza” mi rispose “u varveri” con le forbici in mano che davanti alla sua sala da barba stazionava osservando il via vai di quella strada affollata, mentre un cliente coperto di capelli lamentava una certa fretta. Non v’erano dubbi, quella strada era la piazza. “Calzularu, Varveri, Firraru, Lustrascarpi, carnizzeri, vuttaru, carritteri, cordaio, maniscalcu e stagnitaru” non mancava nessuno all’appello, la vita del paese era tutta lì. Carri, carrozze e carrozzine scivolavano in quantità su e giù per la strada come rumorosissime formiche che si preparano all’inverno. Ai bordi della strada della gente ben vestita con caffè e pipa al mattino e con fiaschetta e tabacco al pomeriggio, si godeva questo piacevole traffico di carni fresche, lattughe, mele, pomodori, peperoni e merci di ogni sorta e colore. Nonostante quell’insolito spettacolo continuavo a chiedermi perché quegli undici pont…ehm…archi venissero chiamati così e decisi di chiedere in giro. “U varveri” era sempre lì appoggiato alla porta con la sua spensieratezza mentre urla arabeggianti incalzavano all’interno della sua sala da barba. – “archi? Quali archi? Vedi che gli archi a San Biagio Platani li fanno. Qua archi non ne abbiamo. Solo ponti trovi”.
Nonostante la voglia e la curiosità di approfondire questo discorso col barbiere, pensai bene di chiedere a “U Firraru”, uomo di mestiere che sicuramente mi avrebbe svelato il mistero.
– “Un ti pighiari pinseru per quei ponti tanto hanno poca vita. Vedrai! Cadranno comu i pira maturi! Eeeeh ma io lo avevo detto! Facciamoli di ferro! NO? Vedremo, Vedremo!”.
Troppo preso dalla diatriba sul materiale, non rispose neanche alla domanda ed entrai nella bottega “d’ U Vuttaru”.
– “Tu’ spiego subito! Chissà è storia vecchia! Ti hanno mai detto come mai hanno impiegato tanto per farli? Tu’ spiego subito! Al tempo le impalcature del cantiere erano di legno ed erano una per ogni arco tutte alte e tutte uguali. Gli operai per arrivare nel ponteggio a loro assegnato dovevano iniziare a contare e siccome contare non era il loro forte si sbagliavano spesso e la maggior parte della giornata la passavano confusi sulla strada non sapendo dove andare. Il capo cantiere stanco di questa storia decise di fare realizzare delle scritte imponenti per ogni ponteggio. PONTE 1. PONTE 2. PONTE 3 fino a PONTE 11! Hai capito qual è la storia?”
Soddisfatto della risposta mi allontanai.
Ogni dubbio era svanito.
Finalmente conoscevo la vera storia.
– “GIOVANE! CHE TI INFRUSO’ U VUTTARU?”
Come scrivono spesso i grandi scrittori sentii chiaramente “un brivido corrermi lungo la schiena” e subito, pur non comprendendo il significato del verbo “infrusare”, pensai che la storia dei ponteggi mi stesse letteralmente crollando addosso.
Era U calzularu.
– “Quando si fermarono i lavori i collegamenti fra un arco e l’altro non esistevano ancora, erano tutti staccati, quindi non erano undici archi di un unico ponte ma undici ponti da un solo arco ciascuno.”
A quel punto incapace di controbattere a questa ineluttabile affermazione ripresi la mia strada e ancora oggi non è chiaro quale di queste storie sia vera ma U Maniscalcu sostiene che lo sono tutte.

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