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LA LEGGENDA DELLA VIA DEI TEATRI SICANI

C’era una volta un uomo che sognava di calcare il palcoscenico e declamare un monologo che fosse d’ispirazione alla gente del suo tempo.
Un tempo fatto di sussurri su maledizioni, di sofferenza e attese, in cui la preoccupazione per il futuro non lasciava posto alla speranza.
L’uomo sapeva di possedere le parole giuste, ma non si riteneva all’altezza del compito, poiché ad un certo punto della sua vita, ogni volta che si trovava a parlare con le persone, la sua lingua inciampava anche sulle parole più semplici, la sua mente si annebbiava per la vergogna e dalla sua bocca non uscivano che balbettii incomprensibili.

Un giorno, era seduto, come era solito fare, alla Cala del porto di Palermo a guardare con quanta facilità le barche lasciavano maestose la riva, senza voltarsi indietro. Udì, d’un tratto, una donna raccontare ad un’altra che aveva deciso di partire per fare l’attrice. L’uomo si mise in ascolto, non sentiva da moltissimo tempo qualcuno rincorrere quel sogno.
Era un tempo in cui sembrava aleggiare una strana maledizione. Un’epoca bizzarra, in cui fare il commediante e l’attore significava stare al margine di una società che aveva rinunciato all’intrattenimento di ogni genere, apparentemente perché non c’erano tempo e risorse da dedicare alla finzione. Solo uno stolto o un pazzo, dunque, poteva esprimere ad alta voce un desiderio del genere. La donna raccontava che aveva trovato il coraggio grazie a un carismatico attore in pensione, che a dispetto di ogni logica, continuava a tenere lezioni gratuite nella sua casa di Girgenti.
L’entusiasmo di quella giovane donna era così genuino da scatenare nell’uomo l’impulso di fare come quelle barche che amava osservare. Ed ecco che in barba alla ragione, si mise in viaggio da Palermo ad Agrigento con l’inarrestabile desiderio di conoscere quell’attore generoso che donava la sua esperienza senza chiedere niente in cambio, resistendo alla logica malsana della società.
Spese i suoi risparmi per acquistare un carretto e si mise in viaggio con pochi spiccioli in tasca.
Il nostro balbettante uomo era deciso ad arrivare alla meta senza sosta, convinto di trovare ad Agrigento le risposte al suo problema. La vita, tuttavia, si sa, non sempre è d’accordo con i nostri piani.
Ad un certo punto del viaggio, le ruote del vecchio carretto sgangherato cedettero.
Il nostro risoluto amico, non si perse d’animo! Decise di proseguire a piedi in cerca di un passaggio di fortuna. Camminando camminando, giunse in un piccolo paese che era già calata la sera. Muovendosi incerto fra le viuzze deserte, sopraggiunse in una piazza in cui le luci di una taverna ancora aperta lo rincuorarono. L’insegna diceva “AL CAOS”.
– Benvenuto a Prizzi! – disse un uomo al bancone – io sono Franco, sembra ti serva un bicchiere di vino e un posto in cui passare la notte…
Il nostro uomo fece cenno di sì con la testa, felice che l’uomo della taverna intuisse i suoi bisogni e non aspettasse le sue parole.
– Questa è la chiave della nostra stanza- disse indicando una scala- una notte viene 10 lire e il vino lo offre la casa!
Il nostro impacciato uomo fu ancora una volta grato, finì il suo vino e andò a letto.
Si svegliò di buon mattino, con il tintinnio delle stoviglie e un inebriante odore di caffè.
Franco era già a lavoro.
I pochi uomini al bancone si voltarono a guardare il forestiero che fece il suo ingresso. Franco, con la sua parlantina cavò il nostro uomo subito dall’impiccio.
– Lui è l’ospite del giorno, non parla assai! Forse è muto… è arrivato tardi e non gli ho raccontato nessuna bella storia ancora…
A sentire la spiegazione di Franco, gli uomini si illuminarono e, come in una prova generale, andarono in scena. Iniziarono a presentarsi e a raccontare di Prizzi, prendendo ad uno ad uno la parola.

– E lei che cosa fa nella vita?
disse Piero, ad un certo punto, rompendo il ritmo teatrale dei compagni
– L’at-tore… – balbettò timoroso l’uomo
– AH! L’attore!!!- disse Nino, un altro loquace cliente di Franco,
– Non sentivamo questa parola da molto tempo! Un tempo avevamo La Compagnia dei Sicani, bello era vederli, che risate, ora non si ride quasi più… altri tempi, altra storia…
– Abbiamo i Teatri ma non ci sono più né attori né parole! Nessuno vuole portare questo fardello, nessuno vuole stare più al centro… Eh, da quanto tempo non si siede più nessuno nei nostri teatri sicani, eppure ne abbiamo di belli!
– Peccato! – sospirarono in coro Franco e i suoi clienti
L’uomo fu stupito dalle reazioni sull’argomento, per la prima volta da tempo si sentiva meno solo a far i conti con la sua malinconica nostalgia. Si fece coraggio e chiese:
– Che te-teatri ave-vete?
Franco e gli altri presero subito a spiegare all’uomo che nella parte alta del paese sorgeva un suggestivo teatro e che, proprio nel monte di fronte, ne sorgeva un altro di origine greca, ormai abbandonato.
– Hippana, si chiama, proprio dirimpetto a Prizzi, il vecchio e il nuovo sembrano sfidarsi in un gioco di sguardi, come due innamorati complici…
– E dietro Hippana, il Teatro Andromeda… Ah, anche quello ha la sua storia! – disse Franco, tracciando con le mani una linea immaginaria.
Il nostro uomo rimase inebetito. In che posto sono finito? – pensò- Persone che non smettono di raccontare, gente che intuisce cosa vuoi senza bisogno di proferire parola, teatri moderni e antichi disseminati fra valli e montagne


Il nostro uomo fece fagotto, un po’ triste di dover lasciare quel posto.
Doveva proseguire, ma decise che prima di rimettersi in viaggio, doveva almeno vedere il teatro del paese.
Anche se abbarbicato nel punto più alto, lo raggiunse senza difficoltà.
Le parole degli uomini della taverna riecheggiavano nella sua testa. “Suggestivo”, non potevano usare parola più azzeccata, si disse alla vista del vasto quadro che si dispiegava davanti ai suoi occhi.
L’uomo sentì la magia di quel luogo pervaderlo. Infilò le mani nel taschino ed estrasse il taccuino.
Voleva provare il suo monologo in quel teatro senza pubblico, così alto ed esposto da fargli sentire lontanissimo il resto del mondo.
Ripassò il testo e provò ad immaginare il pubblico. Improvvisamente si percepì piccolissimo, un puntino minuscolo, un guitto insignificante su un palcoscenico che, per sua natura, offriva una scenografica cornice.
Diede le spalle alla tribuna e si rivolse verso Hippana, il teatro di cui si intravedeva solo il perimetro, si ergeva sulla valle, come una roccaforte di storia e natura.
Si era completamente immerso nel paesaggio, quando un dettaglio catturò la sua attenzione.
Sulla cima di Hippana, c’era una figura su un cavallo bianco e qualcosa di rosso sul capo. Non era sicuro di quello che i suoi occhi vedevano. Rimase ipnotizzato. Continuò ad osservare attento. La figura a cavallo, ora sulla cresta del monte, sembrò lanciare nel vuoto quell’elemento rosso che non riusciva ad identificare e poi scomparve. Non riusciva a capire. Raccolse le sue cose e scese verso la valle in direzione di Hippana.
Doveva raggiungere quella figura bianca, capire cosa fosse quel dettaglio rosso.
Non seppe spiegarsi il perché.
Camminò fino ai piedi di Hippana, senza sosta, non sentiva la fatica, le sue gambe sostenevano la sua curiosità. La luce del sole lo incoraggiava, anche se il sentiero iniziava a complicarsi e le biforcazioni minavano la sua lena.
Dei belati in lontananza gli restituirono un po’ di fiducia- se c’è del bestiame deve esserci qualcuno nelle vicinanze… si rassicurò.
Per fortuna, poco distante un pastore se ne stava lì a guardare il suo gregge. Doveva solo farsi coraggio e parlare.
– Bu-buon uo-uomo… pe-per Hi-p-ppa-na?
Il pastore non sembrò udire l’uomo alla sua schiena. Si avvicinò ancora e cercò di farsi notare.
Il pastore gli fece cenno di avvicinarsi ancora.
-Non sento bene! Se parla da vicino però guardo le labbra e m’arrangio!
Il nostro balbettante attore senza pensare riformulò la domanda, che uscì dalle sue labbra senza la solita fatica.
– Ah Hippana? Si, la Montagna dei Cavalli… doveva girare prima, ma visto che è qui… vada fino alla sorgente di Tagliarino, così si rinfresca che la giornata calda è…
Il pastore si dilungò a spiegare minuziosamente la strada. Intanto, il nostro uomo ancora con il batticuore per l’emozione di aver formulato la frase senza balbuzie, ascoltava il pastore con un’altra domanda già pronta sulla punta della lingua.
– Sa perché si chiama Montagna dei Cavalli? – chiese, sperando in un collegamento con ciò che cercava;
– Noo, storia troppo vecchia, pure per me che ho la mia età…
Ringraziò il bravo pastore con un profondo inchino e segui il suo consiglio.
L’acqua della sorgente gli sembrò il sorso migliore della sua vita. Rinvigorito, era pronto a scalare il versante più tortuoso del monte.
Continuò, passo dopo passo, deciso a svelare il mistero.
– Non deve mancare molto, pensò mentre riprendeva fiato.
Si rese conto che l’ora di pranzo era passata ormai d’un pezzo e il suo stomaco brontolava. Preso com’era dall’avventura, si era scordato che il lungimirante Franco gli aveva preparato una specialità del luogo per il viaggio: la gidata, una pagnotta farcita di verdure speciali e altre leccornie.


Camminò in cerca di un luogo in cui concedersi una pausa. Si fermò, così all’ombra di un albero vicino ad un classico capanno di paglia, tipico dell’entroterra sicano.
Soddisfatto del pranzo e del posticino che aveva trovato, decise di sdraiarsi un attimo per godere un po’ dell’ombra. I rami filtravano la luce del sole, il tronco dell’albero era molto particolare, sembrava avere un volto umano.
Si appisolò senza rendersene conto, o almeno, così si disse in seguito per spiegarsi l’accaduto.
-ehi tu… pss… non seguire la pizia a cavallo… e inafferrabile, segui il rosso.
Il volto che aveva intravisto nel tronco gli stava parlando!
-Sei sulla via giusta, puoi aiutare te stesso e spezzare la maledizione, io lo so. Mi hanno chiamato Euripide! Mica per caso!


L’uomo si svegliò di soprassalto. Incapace quasi di distinguere sogno e realtà.
Euripide! Un tronco che si chiama come il più grande scrittore di tragedie di sempre… Il caldo gli aveva giocato un brutto scherzo!
Si rimise in cammino. La via che aveva imboccato in cerca di risposte era lastricata di domande.
Fra il fiatone e i dubbi, finalmente eccolo. Prizzi davanti ai suoi occhi e il teatro coperto dalla terra sotto ai suoi piedi. Era nel posto giusto, lì dove aveva visto la figura bianca compiere quel gesto ancora insensato.
Si guardò intorno. Niente. Eppure, tutto. Storia e natura, stanchezza ed energia, ombre e luci, domande e risposte. Tutto in equilibrio. Si sentiva in perfetta armonia con tutto. Osservò quel paesaggio mozzafiato. Rimase immobile un bel po’.
Il sole stava calando. Doveva decidere che fare, della figura misteriosa nessuna traccia.
Strappò le pagine del suo monologo e le pose sotto un masso. In cuor suo era un dono alla pizia, come l’aveva chiamata il tronco. D’altro canto a lui non sarebbe servito, lo conosceva a memoria, doveva solo avere il coraggio di recitarlo.
Imboccò, così, la direzione in cui la figura a cavallo aveva lanciato quell’oggetto rosso, proprio come il tronco aveva profetizzato.
Ridiscese il versante fino a valle, si addentro nella boscaglia che era quasi il tramonto. La notte incombeva sulla via, nessuna voce in lontananza, nessuna luce. Valutò il da farsi. Aveva l’acqua e ancora qualche provvista, ma era meglio attendere le luci del mattino per proseguire.
– Devo solo trovare un posto in cui sistemarmi
Era quasi buio, aveva incrociato qualche rudere abbandonato e un solo cartello sbiadito in cui a stento si leggeva: MONTE SCURO. Non prometteva bene per un viandante senza meta!
La luce ormai fioca illuminava appena i suoi passi claudicanti. Fu allora che inciampò.
Esausto com’era imprecò contro sé stesso e la sua stupida idea di intraprendere un viaggio senza senso!
Furioso, diede un calcio energico a ciò che aveva causato l’incidente. Nonostante la penombra e la stanchezza, improvvisamente, sobbalzò di gioia alla vista dell’oggetto conficcato nel terreno che lo aveva fatto inciampare.
Era rosso. Ne era sicuro! Lo prese emozionato fra le mani. Era una maschera!
Proprio come quella che gli antichi greci utilizzavano in teatro. La maschera rossa ricordava il volto mostruoso di un diavolo.
Le fattezze della maschera non inquietarono l’uomo balbettante, anzi tutto gli sembrò più chiaro.


Accese un fuoco per illuminare l’oscurità ed esaminare meglio quell’antico esempio del costume scenico che aveva incrociato i suoi passi. Era una magnifica riproduzione che richiamava il famoso ornamento usato nelle rappresentazioni teatrali greche.
Il simbolismo intrinseco della maschera non gli era chiaro, perché richiamasse un diavolo?
-chissà per quale opera teatrale è stata creata, si chiese l’uomo.
In quel momento e in quel posto, tuttavia, non aveva importanza. Era una maschera, questo contava.
Un elemento scenico, un’opportunità di unire l’uomo e il personaggio e, allo stesso tempo, uno scudo che avrebbe potuto celare le sue paure e fragilità proteggendolo dagli sguardi critici di un pubblico non più avvezzo a confrontarsi con la finzione.
Inforcò la maschera, si alzò in piedi e declamò il suo monologo a un pubblico fatto dal gioco d’ombre del fuoco. Era riuscito a separare le parole dalle sue paure. Per la prima volta aveva recitato senza balbettare. Sfinito e felice si addormentò nel buio di Monte Scuro, accanto a quella maschera, donata per magia da un’atavica figura su un cavallo bianco.
Le prime luci dell’alba lo risvegliarono dal suo sonno, ristorato e pieno di energie, si guardò intorno in cerca della maschera. Lì, dove l’aveva poggiata, solo uno stampo sulla terra. Era sparita.
Al contrario del dialogo con il tronco, però, questa volta non ebbe nessun dubbio. Non l’aveva immaginato. La magia di quelle montagne giocava con lui a rimpiattino.
Riprese il cammino. La via sembrava guidare i suoi passi. Il giorno si faceva sempre più caldo, ma non percepiva la fatica, sentiva in sé una piacevole leggerezza.
In lontananza si poteva udire il ragliare di asini. Ancora una volta si trovò a ripensare ai racconti degli uomini della taverna di Franco. C’era ancora un teatro da scoprire.
Il Teatro Andromeda. Come raggiungerlo? Da che parte andare? Fiducioso, proseguì lungo il sentiero sperando che ancora una volta quella magica terra avrebbe messo le risposte sul suo cammino.
“RIFUGIO DI CASA CATERA, SANTO STEFANO QUISQUINA”.
Un cartello in legno indicava un altro capanno. Era lontano da Prizzi e più vicino al teatro.
– Salve! – disse una giovane donna che poco più in là leggeva un libro all’ombra di un albero.
Il nostro uomo si voltò sorpreso. Intento a leggere il cartello non aveva notato la donna.
Ormai reso sicuro di sé dalle peripezie di quei giorni, si rivolse verso la donna per chiedere del teatro.
L’esile donna con una coroncina di fiori sul capo, ripose il suo libro e indicò a l’uomo la via.
– Il teatro porta il nome dell’innocente Andromeda, incatenata alla rupe per quietare un mostro ed espiare colpe non sue… ogni tempo impone i suoi sacrifici, ma anche gesta eroiche.
La donna, nonostante la sua giovane età, sembrava conoscere storie antiche.
-Conosco la storia di cui mi parli – disse l’uomo – mi chiedo perché un teatro su questi monti ne porti il nome però…
– Oltre la storia, dovete conoscere le stelle per capire…- disse la donna, riprendendo in mano il suo libro.
L’uomo comprese che era arrivato il momento di congedarsi e riprese la via.
Giunse a un incrocio in cui alcuni cartelli indicavano due direzioni.
Uno diceva “Eremo di Santa Rosalia alla Quisquina”, l’altro “Teatro di Andromeda”. Imboccando la direzione del secondo cartello, ancora una volta si stupì di quante cose quella terra avesse da offrire.
Passo dopo passo, si ritrovò finalmente alle porte del teatro. Si prese un momento per festeggiare. Guardandosi intorno, il suo sguardo si soffermò su una statua le cui labbra aperte le donavano un’espressione curiosa.


– Cosa vuoi dire? – chiese alla statua e attese, come se davvero quell’oggetto inanimato potesse spiegarsi.
Il sole del pomeriggio stava calando ancora una volta, rimase a contemplare ancora un po’ la statua prima di proseguire verso la meta finale. Ed ecco, pian piano, dalla bocca del volto marmoreo, uscire i raggi del sole d’estate. Aveva ricevuto in risposta le parole della luce.
Era il momento, di entrare in scena.

Sulla porta del teatro un cartello diceva:
– Chiunque possieda il coraggio e le parole può calcare il palco! Se le stelle sono in posizione spezzerà la maledizione, o perirà nella finzione sacrificandosi nella realtà.


Il nostro uomo aprii le porte e raggiunse il centro di quel teatro scoperto da cui in lontananza si intravedeva il mare. I posti a sedere sembrano disposti a casaccio. Contò i sedili di pietra e si ricordò le parole della giovane donna. Le stelle. I posti a sedere erano l’esatta riproduzione della costellazione di Andromeda!
Non ebbe più dubbi. Era il suo momento.
Iniziò a declamare il suo monologo con forza e senza timori. E ancora, e ancora. La sera calava lentamente, quel giorno sembrava più lungo degli altri.
Un uomo con un bastone da pastore prese posto. Il nostro uomo iniziò da capo senza balbettare.
Un altro uomo prese posto. Poi una donna. E un’altra ancora. Pian piano il pubblico diventava sempre più numeroso.

Le sue parole piene di speranza riecheggiavano fra i Monti Sicani. Il pubblico immobile e attento lo ascoltò fino alla fine. Quando ebbe finito, si fermò a guardare la platea incredulo. Calò il silenzio.
Lentamente la gente si alzò in piedi e iniziò ad applaudire.

Dopo quel giorno, in ogni paese vennero cantate le gesta di quel coraggioso uomo. Ogni uomo, donna e bambino, conosceva il nome di Nicola, l’uomo che con le sue parole aveva restituito a tutti la speranza e spezzato la maledizione.
Grazie alla sua storia, ogni teatro del paese ritrovò il suo pubblico e le sue compagnie teatrali.
La finzione tornò a confrontarsi con la realtà e la realtà con la finzione, come è giusto che sia.

Grazie per le foto a

Elisabetta Amato, Ignazio Vallone, Salvatore Mancuso, Ilenia Giacchino

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6 commenti

  1. Catia

    Meraviglia!
    Prizzi, un paese magico.
    Grazie a Sikanamente che ci permette di conoscere e amare la Terra meravigliosa che la Sicilia è.

  2. Patrizia

    Una storia che prende il cuore e che riga dopo riga mi ha fatto sentire accanto al suo protagonista gustando i paesaggi ed i profumi di questi meravigliosi luoghi.

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